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martedì, 31 agosto 2004 Se il muro di Berlino fosse caduto un po’ dopo o se io fossi nata un po’ prima certamente mi sarei catapultata là a fare la volontaria della caduta del muro. Chè ho una predilezione per i crolli e le cadute. Sacerdotessa della caduta del muro di Berlino, però, sarebbe stato fantastico!
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13:50 | commenti (18)
Le illusioni, come le utopie, crollano. Crollano. Crollano. Crollano. postato da sacerdotessaw |
01:07 | commenti (8)
domenica, 29 agosto 2004 Continuo. E’ bastata una sera ad Orchha, in un tempio rosa maiale e giallo canarino. Sono entrata e il tempio ha cominciato a cantare. Caldo come un’ascella, cantava sempre più alto e batteva le mani, calde anche quelle, appena sudaticce. Mi sono seduta, chè mi siedo spesso nei templi, ho chiuso gli occhi e sono rimasta lì quaranta minuti secchi. Erano passate due ore invece, mi ero addormentata e il tempio non mi aveva sfiorata. Mi aveva lasciato dormire aspettando che arrivasse il buio.
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23:04 | commenti (2)
Non tengo mai gli articoli trovati sulle riviste. Non sono una che ritaglia gli articoli e li conserva. Eppure ieri notte esce dalle pagine della mia moleskina una lettera chiusa. Con tanto di nome, cognome e indirizzo. Mai spedita.
Ancora tradimento. Un punto di vista che mi aveva spinto a conservare l’articolo, cosa che non faccio mai. Che mi aveva spinto a volerlo spedire. Ma non l’ho fatto. Mai spedito.
Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa svincolare da un’appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: “Non sono come tu mi vuoi”. C’è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costruirsi solo all’interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c’è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d’ombra. Eppure questo profilo d’ombra, quello che puerilmente chiamano “fedeltà” è l’incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolte e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero “addio”. E in ogni addio c’è la stigma del tradimento e insieme dell’emancipazione. C’è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che lo rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l’una all’altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l’un l’altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per “amore”. Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall’altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell’altro. Tradendolo l’altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più che ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un’area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.
U. Galimberti
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13:09 | commenti (13)
Tutto il mondo parla di tradimenti. Qualcosa vorrà dire. postato da sacerdotessaw |
01:58 | commenti (4)
Sono due giorni che non sento parlare d'altro che di tradimenti. postato da sacerdotessaw |
01:52 | commenti (1)
sabato, 28 agosto 2004 Tempo e tempiNon c’è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario e raramente s’intersecano. E’ quando si palesa la sola verità che, disvelata, viene subito espunta da chi sorveglia i congegni e gli scambi. E si ripiomba poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo solo i pochi viventi si sono riconosciuti per dirsi addio, non arrivederci.
E. Montale
A volte sembra di abitare più nastri.
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15:11 | commenti (2)
venerdì, 27 agosto 2004 Questo è l’inizio ché da qualche parte si dovrà pur cominciare.
Da quattro anni son sacerdotessa, mica poi tanti, non è come dire: - Toh, ormai son quattrocento anni ieri! Le cose non stanno così. E’ tutta questione di comprensione.
E’ bastato un mattino a Kanchipuram in un tempio di arenaria grezza. Il sacerdote gambe d’elefante m’ha accolto e guardato dritta in faccia. Attraverso le cataratte mi ha chiesto: - hai figli? - no - sei sposata? - no - hai studiato? - si - ti interessi come i giapponesi alle sculture erotiche? - ehm… non saprei - vieni. facciamo una prova. guarda qui. - … (complicatissimo!) - prova superata. vieni. - … - prega la dea che ti faccia sposare - … - non ti vuoi sposare! - prega la dea che ti faccia avere figli maschi - … - non vuoi avere figli maschi! - … - dimmi dove sono i tuoi quattro occhi! Indico Yashica, gli occhi grandi e l’altro punto. - Toh, c’avremo una sacerdotessa bianca. Si inchina, si inchina a me, futura sacerdotessa, Sacerdotessa wow. Si inchina e si congeda, gambe d’elefante petto centodueanni.
E allora ho capito.
Questo è un inizio ché da qualche parte si doveva pur cominciare.
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14:14 | commenti (7)
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